Il debito pubblico italiano può e deve essere abbattuto

La legge di bilancio 2018 in corso di approvazione in Parlamento è finita sotto la lente di ingrandimento della Commissione Europea per l’assenza di un chiaro sforzo di riduzione del debito pubblico. Continuiamo ad essere il Paese dell’area euro con il secondo rapporto debito/pil, dopo la Grecia (179%) e prima del Portogallo (130,4 %), Cipro (107,8 %), Belgio (105,8 %), Spagna (99%)  e ben lontani dalla Germania (68%). Tuttavia, rispetto a questi paesi, le dimensioni del Pil italiano sono assai più rilevanti: quasi dieci volte Grecia e Portogallo, 100 volte Cipro, quattro volte il Belgio, e una volta e mezzo la Spagna. Del prof. Luca Spataro.

La legge di bilancio 2018 in corso di approvazione in Parlamento è finita sotto la lente di ingrandimento della Commissione Europea per l’assenza di un chiaro sforzo di riduzione del debito pubblico. Dobbiamo dunque aspettarci una nuova lettera all’Italia con richiesta di chiarimenti e nuovi impegni che rendano credibile la manovra sui conti pubblici. Una vicenda che si ripete ormai da diversi anni, che vide l’Italia rimandata “a maggio”, quando saranno chiari i dati consuntivi per il 2017.

In effetti l’Italia ha ricominciato a crescere (+1,5% la stima di crescita del Pil certificata anche dall’Istat per il 2017) e il governo prevede una riduzione del rapporto debito/pil al 131,6% nel 2017 (era 132,6% nel 2016), al 129,9% nel 2018. Dov’è il problema?

Il meccanismo su cui fa affidamento il governo è, da un lato, abbastanza semplice e, dall’altro, quasi una scommessa: il numeratore (debito pubblico) è aumentato da 2218 miliardi di euro all’inizio dell’anno, al valore record di 2300 miliardi ad agosto, per ridursi leggermente a 2279 miliardi a settembre: +2,75% in 9 mesi. Dall’altro, il denominatore (Pil) crescerà grazie alla crescita reale (1,5%) e all’inflazione (1,2% nel 2017, dallo 0,2% nel 2016), per un totale di circa 2,7%: pertanto, il rapporto debito/Pil dovrebbe finalmente stabilizzarsi o essere, secondo il governo, in leggera diminuzione.

Tuttavia, le stime del FMI danno in aumento il rapporto debito/pil al 133% per il 2017 e, anche per questo grado di aleatorietà, i conti con l’UE sono rimandati di qualche mese.

Rimane un dato di fatto: la preoccupazione dei nostri partner europei per il fatto che continuiamo ad essere il Paese dell’area euro con il secondo rapporto debito/pil, dopo la Grecia (179%) e prima del Portogallo (130,4 %), Cipro (107,8 %), Belgio (105,8 %), Spagna (99%)  e ben lontani dalla Germania (68%). Tuttavia, rispetto a questi paesi, le dimensioni del Pil italiano sono assai più rilevanti: quasi dieci volte Grecia e Portogallo, 100 volte Cipro, quattro volte il Belgio, e una volta e mezzo la Spagna.

Un colosso dai piedi di argilla, che rischia di trascinare nel baratro i sistemi economici e finanziari più virtuosi dei propri vicini (secondo quanto visto nella crisi del debito sovrano di qualche anno fa).

Insomma, se è vero che il rapporto debito/Pil in Italia non peggiora, neppure si riduce a tassi significativi verso quel 60% sottoscritto in diversi Trattati e Patti negli ultimi venti anni.

E i conti sono presto fatti: quando il Quantitative Easing terminerà (progressivamente nei prossimi anni e quasi sicuramente quando Mario Draghi terminerà il mandato nel 2019), i tassi di interesse aumenteranno e il costo del rifinanziamento dello Stato (sotto l’1% per le aste di quest’anno, 3% circa sull’intero stock attuale) aumenterà. Un aumento dell’1% dei tassi costa all’Italia – a regime – oltre 20 miliardi all’anno di maggiori interessi ed è molto probabile che i tassi saliranno oltre quella soglia (dunque almeno 30-40 miliardi di euro in più all’anno, pari a quasi due manovre finanziarie).

E’ pur vero che oltre la metà dei titoli di Stato (oltre il 50%) è in mano “italiana” e pertanto di tale aumento dei tassi si gioverà anche buona parte della nostra economia, ma il tema della fragilità finanziaria ed il possibile innesco di crisi a catena in caso di crisi del debito sovrano appaiono senz’altro rilevanti.

Eppure la nostra storia recente non è molto confortante: a partire dal 1997, infatti, l’Italia ha continuato ad incassare un “dividendo” consistente in una riduzione dei tassi di interesse sul debito di quasi 5 punti percentuali grazie all’ingresso nell’area euro e che, capitalizzato per 20 anni, avrebbe consentito addirittura l’azzeramento del debito pubblico. Il risultato però è stato esattamente l’opposto: dal 1997 il debito ha continuato a crescere sia in termini assoluti che in rapporto al Pil.

Una riduzione del debito pubblico è tuttavia un passo necessario per acquistare credibilità nei confronti dei nostri partner europei e per ridurre la potenziale fragilità finanziaria del paese (val la pena ricordare che un attacco speculativo al debito pubblico italiano coinciderebbe con una svendita delle banche italiane, tra le principali istituzioni in possesso di titoli).

Come ottenere dunque una riduzione del debito? Oltre a politiche di valorizzazione del patrimonio dello Stato italiano (prevista anche dalla seria proposta di Fratianni Rinaldi e Savona), occorrono politiche chiaramente orientate alla crescita economica (investimenti mirati in infrastrutture, innovazione e ricerca, istruzione e liberalizzazioni), assieme ad una seria riforma del meccanismo della spesa pubblica che arrivi a riformulare l’assetto istituzionale del paese (dov’è finito il progetto di federalismo fiscale?). Per quanto riguarda il welfare state (sanità, pensioni) e l’istruzione, non si tratta di ridurre i benefici e i diritti, ma di ammodernarli mediante nuove collaborazioni pubblico-privato, in una situazione in cui lo stato non può e non deve più pensare ai cittadini dalla culla alla tomba, ma concentrarsi su pochi grandi compiti, compresa la tutela dei più deboli.

Franco Modigliani, premio Nobel per l’economia non certo tacciabile di idee sfrenatamente liberiste, qualche anno fa (1999) propose una riforma del sistema pensionistico italiano che prevedeva la progressiva riduzione dei contributi al sistema a ripartizione, per incrementare il pilastro a capitalizzazione, senza necessariamente gravare sul disavanzo dello Stato.

Si tratta di un esempio di lucidità e coraggio intellettuale che occorre recuperare anche in altri campi se si vuole che l’Italia torni ad essere un paese attraente, non solo per le sue bellezze artistiche e naturali.

La vita media dei titoli di stato è attualmente di circa sette anni, una eternità rispetto al ciclo elettorale: ma è veramente conveniente continuare a scommettere nella buona stella (tanto a pagare saranno ancora le generazioni future)?

Il Professore Luca Spataro è ordinario di Scienze delle Finanze nel Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa.

Campagne Liberali è un'associazione di cittadini che difende la libertà di scelta e promuove il metodo scientifico.

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