Il futuro della politica, tra rappresentanza e partecipazione

Oggi la democrazia diretta viene utilizzata come bandiera progressista da alcune forze politiche, mentre da altre è stata quasi denigrata. Gli strumenti per applicarla sono inoltre proliferati. Il sospetto, però, è che in una situazione di crisi delle democrazie, della rappresentanza e, in generale, della politica il sistema di partecipazione dal basso sia diventato una specie di altarino per le masse.

Per spiegare le radici filosofiche della democrazia partecipativa vengono spesso citati Rousseau e Marx. Il primo aveva teorizzato che la democrazia diretta per essere esercitata in modo adeguato e puro dovesse essere instaurata in aree geografiche molto ridotte “in cui sia facile per il popolo radunarsi, e in cui ogni cittadino possa facilmente conoscere tutti gli altri”. Il secondo ipotizzava un assetto della società profondamente diverso dove si instaurasse un “autogoverno dei produttori” che sostituisse la democrazia rappresentativa sfociata col tempo in vera e propria autocrazia.

La teoria di Rousseau, ossia “piccolo è meglio” potrebbe trovare fondamento nella realtà storica dell’antica Atene e della sua Agorà, il centro della vita politica ed economica dove si scambiavano merci, prodotti ed opinioni in modo armonico. Una visione utopica della società inclusiva e orizzontale dove la democrazia è compiuta al massimo della sua qualità. Ma era proprio così? La realtà dei fatti è ovviamente diversa. L’accesso alle primordiali strutture democratiche era appannaggio di una percentuale molto bassa della popolazione: circa il 10-20%. L’istruzione e l’educazione civica erano riservate a pochi. Le degenerazioni del sistema democratico, sfociate spesso nel fenomeno dell’oclocrazia, nonché la preminenza di alcuni gruppi più ricchi e facoltosi sul resto dei cittadini erano piuttosto frequenti.

L’esempio ateniese, dunque, dovrebbe essere utilizzato con molta cautela. Quello della Svizzera contemporanea sembrerebbe invece avvicinarsi di più alla concezione di partecipazione democratica. Tra il 1900 e il 1993 la metà di tutti i referendum tenutisi nel mondo sono stati indetti nel paese dei cantoni. Il referendum è considerato da sempre uno degli strumenti di partecipazione alle decisioni politiche più efficace e immediato. Ma si può considerare strumento “puro” di democrazia diretta? Qual è il livello di partecipazione garantito da un referendum? Sempre il caso svizzero insegna che questo strumento è frutto del rapporto di interdipendenza, ben radicato nella società elvetica, tra rappresentanti e rappresentati. Non è un elemento che elimina la rappresentanza a favore della partecipazione diretta. Al contrario, esso è funzionale e vitale per la mediazione tra rappresentanti e rappresentati e, dunque, a mantenere inalterato lo status quo istituzionale.

Oggi la democrazia diretta viene utilizzata come bandiera progressista da alcune forze politiche, mentre da altre è stata quasi denigrata. Gli strumenti per applicarla sono inoltre proliferati e  si costruiscono in continuazione piattaforme digitali, arene fisiche e virtuali al tempo stesso come i meetup e applicazioni dove è possibile dare responsi immediati. Il sospetto, però, è che in una situazione di crisi delle democrazie, della rappresentanza e, in generale, della politica il sistema di partecipazione dal basso sia diventato una specie di altarino per le masse. Più schiettamente, si ha l’impressione che dietro i grandi discorsi su come applicarlo nelle vare realtà legislative e amministrative (locali, nazionali, sovranazionali) si nasconda un sostanziale rigetto della responsabilità da parte di chi dovrebbe rappresentare e decidere nell’interesse dell’elettorato.

Solo la storia, ovviamente, confermerà se si tratta di un feticcio o di un metodo risolutivo alla crisi della politica cui stiamo assistendo. Tuttavia pare sempre più necessario trovare degli strumenti che rendano il cittadino maggiormente coinvolto nelle decisioni politiche per tre ordini di motivi principali. Innanzitutto perché è necessario educare l’elettore alla responsabilità. Cosa che fino ad oggi i nostri rappresentanti si sono guardati bene dal fare. In secondo luogo perché l’iper-realtà creata dalle infrastrutture digitali è un fenomeno destinato a permanere ed ampliarsi nel tempo. Tutto ciò amplificherà le sensazioni dei singoli individui che pretenderanno risposte sempre più immediate alle loro necessità “politiche” e chiederanno sempre più accesso ai processi decisionali. Last but not least, il futuro della politica non sarà più dei notabili, come ai tempi di Max Weber, ma sempre più di figure provenienti dalla società civile o dai territori che sono le fucine in cui si sperimenta quotidianamente la democrazia diretta. Costoro porteranno la loro esperienza in politica e la contamineranno in pianta stabile.

Detto ciò, la rappresentanza non si eclisserà. Essa rimarrà una parte fondamentale del sistema. Semplicemente di evolverà, come aveva previsto Norberto Bobbio, fino a creare un mix con le esigenze di partecipazione. Questo non renderà pienamente felici né i sostenitori delle democrazie rappresentative né i puristi della disintermediazione. Si tratterà di un compromesso, vero, ma la democrazia è anche e soprattutto questo.

Giacomo Bandini

Laureato in Scienze del Governo presso l’Università LUISS Guido Carli con una tesi in Teorie e tecniche del lobbying, è Direttore Generale del think tank Competere – Policies for sustainable development. Nel 2016 è anche Project & Public Policy Manager della Fondazione Luigi Einaudi e Senior Analyst del Centro Studi di Confimprenditori. Attualmente sta svolgendo il dottorato di ricerca presso l’Università La Sapienza di Roma in Storia dell’Europa. Scrive e commenta l’attualità politica ed economica su alcune testate come Affari Italiani, Tempi, La Verità.

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