Decreto Dignità: i dati distorti dal determinismo dei burocrati

 

In Italia è molto radicata la disattenzione culturale ai fatti (così come al passar del tempo). Uno dei primi settori ove si manifesta tale specificità, è quando si esaminano in chiave politica i dati numerici rappresentativi dei fatti. I numeri vengono maneggiati solo da un punto di vista ragionieristico, vale a dire per come appaiono e senza tener mai conto dei meccanismi che li hanno prodotti, della possibile evoluzione successiva nonché della eventuale necessità di correggerli  e, se sì, in quale direzione e con quali procedure. Così facendo, i numeri divengono una base deterministica per prefigurare il dopo. In pratica, il ricorso ai numeri viene del tutto distorto e ricondotto al suo contrario logico, che è appunto la disattenzione ai fatti (e al passar del tempo). Il che non è consolante specie se avviene ai piani alti della Pubblica Amministrazione.

Nelle ultime settimane, la questione alla ribalta sui media è il tentativo del Presidente INPS Boeri (più felpatamente anche dell’Ufficio Studi della Banca di Italia) di sostenere –  lui dice dati alla mano – la tesi che accogliere i migranti è indispensabile per mantenere in pari i conti dell’istituto pensionistico e in generale dell’Italia. E’ una tesi pericolosa perché non corrisponde affatto alla realtà di cosa significhino le pensioni e di cosa rappresentino i versamenti dei migranti per il loro lavoro.  Il grave equivoco sta appunto sul maneggiare i dati separandoli dai fatti, atteggiamento assurdo quando si tratta di organizzare la convivenza.

I sostenitori di tale tesi affermano che avere più migranti al lavoro serve e servirà sempre più per equilibrare i conti in due sensi. Uno, per assicurare  la liquidità di cui lo Stato ha bisogno nell’erogazione corrente degli importi mensili ai pensionati attuali; due, per ristabilire  il rapporto tra popolazione attiva e in quiescenza, rapporto sempre più squilibrato a seguito del progressivo invecchiamento dei cittadini italiani e del forte esodo dei giovani italiani in cerca di fortuna in altri paesi.

Per cominciare, quanto alla liquidità, è evidente che essa, in un sistema a regime quale è oggi il nostro, non può essere lo strumento decisivo per pagare le pensioni già in essere. L’ illusione che si potesse far così, si è creata agli albori del sistema a ripartizione, quando la forte tendenza alla crescita economica e dell’occupazione faceva sì che annualmente i contributi dei lavoratori attivi fossero non inferiori alle pensioni erogate nello stesso periodo. Ancora nel 1970, i contributi erano quasi pari all’intero ammontare delle pensioni erogate. Ma già dieci anni fa erano calati al 70% e si prosegue (nonostante le riforme pensionistiche del ’95 e del 2007 e l’innalzarsi dell’età della pensione). Restando fermi e avvinti a questa illusione – come Boeri alla presentazione della relazione annuale INPS quindici giorni fa – pare naturale dire (anche se è assai sbagliato),  “c’è bisogno di immigrati regolari che paghino i contributi”. Si pensa in esclusivi termini di cassa: siccome c’è disponibilità di immigrati a lavorare, il gioco pare risolto. Con un atteggiamento così, però, non si rispettano i reali dati di fatto e si corrodono le strutture istituzionali in termini economici (a parte gli aspetti, non meno di rilievo, del come si intende praticare l’accoglienza dei migranti).

E’ urgente mettere a fuoco una verità. E’ impossibile affrontare il pagamento delle pensioni attraverso un mero sistema di gestione delle casse previdenziali (contributi entrano, pensioni escono). Il pagamento va strettamente connesso ai criteri di calcolo della pensione di ciascun lavoratore. Allora, ogni pensionato viene pagato con i frutti derivanti dai versamenti da lui fatti a suo tempo, attraverso una gestione oculata durante gli anni del montante di quei versamenti. In pratica, occorre rendersi conto che segnalare il bisogno di liquidità equivale a constatare che quel montante è stato gestito male, o per insostenibilità del calcolo attuariale  usato per definire il piano dei contributi da versare nella vita lavorativa o per reale incapacità gestionale spicciola dei versamenti susseguitisi.

Ridursi a tale constatazione (basata su una situazione reale), equivale ad ammettere che il montante costituito dai contributi è stato fortemente intaccato ed è ridotto all’osso (di fatti il sistema a ripartizione non lo contempla).  Non c’è dubbio che a questa riduzione corrisponde un indebitamento concreto dell’INPS. Ma allora, in questa situazione, i suoi amministratori, le corrispondenti burocrazie ministeriali e in genere chi governa, dovrebbero urgentemente rimuovere le cause del dissesto e ricostituire il capitale del montante corrispondente ai contributi. Insistere nell’elencare i pregi numerici dell’intervento strutturale di cittadini non comunitari al fine di mantenere la liquidità, incancrenisce il problema senza risolverlo davvero, anzi limitando volutamente la percezione da parte del cittadino circa il reale debito del nostro paese (oltre ad innescare le delicate questioni dell’accoglienza ai migranti). E’ decisivo affrettare l’abbandono del sistema a ripartizione, i suoi privilegi e le sue iniquità. Che, a parte le sacche di inefficienze gestionali, si riassumono nel concedere pensioni troppo riferite a  principi teorici di giustizia sindacale parametrati sulla carriera del dipendente (magari comparata alle altre carriere analoghe) e troppo poco determinati dall’effettiva contribuzione dell’interessato nel tempo. Insomma, una disattenzione ai fatti ha provocato lo sganciarsi della misura delle singole pensioni dal versamento dei contributi e ora l’INPS vorrebbe un ulteriore disattenzione ai fatti per colmare il buco preannunciato nelle casse previdenziali (qui non esaminando l’ipotesi che gonfiare l’immigrazione sia una via per far sorgere il problema di come soddisfare la domanda di lavoro immigrato, problema utile a non cambiare sistema pensioni).

Poi, a favore della tesi “occorrono più migranti”, c’è il secondo argomento della necessità di riequilibrare i conti, usato dal gruppo studi Banca d’Italia circa il rapporto tra popolazione attiva e in quiescenza. Anche qui i dati vengono adoperati senza connetterli alla realtà da loro espressa e ai molto probabili sviluppi di quella realtà. E’ senza dubbio vero che oggi il rapporto tra lavoratori attivi e in quiescenza sta divenendo sempre più squilibrato a causa del progressivo invecchiamento dei cittadini e del forte esodo dei giovani italiani in cerca di fortuna in altri paesi che sottrae altri contributi. Però è del tutto improprio usare questo dato in chiave deterministica per sostenere la necessità della nuova forza dei migranti extra europei.

Il gruppo studi della Banca d’Italia fa questo ragionamento. L’ 80% dei migranti in Italia è in età lavorativa mentre solo il 62% degli italiani lo è; tra circa 45 anni, togliendo i migranti, gli italiani in età lavorativa saranno solo il 40% della popolazione. Il tutto elaborando le serie storiche (a partire dal 2001 fino al 2061) dell’invecchiamento degli italiani, dell’aumento degli immigrati e dei risultati della crescita economica insieme al solito andamento dell’emigrazione giovanile italiana ed ipotizzando anche il blocco in prospettiva dei flussi migratori  nonché l’adozione da parte dei nuovi non comunitari residenti in Italia dei medesimi parametri di fertilità degli italiani nativi. Da queste ipotesi il gruppo studi trae la fosca prospettiva del calo del PIL complessivo al 50%, con il  livello del reddito pro capite diminuito di un terzo rispetto al livello del 2016. Il gruppo esamina anche la possibilità che l’assenza degli immigrati possa essere compensata dall’aumento di produttività, ma la esclude poiché dovrebbe arrivare ad un + 0,64% annuo, tasso ritenuto irrealistico.

Un simile modo di ragionare è puramente deterministico in tutti i suoi passaggi e quindi fuori del mondo fisico delle persone in carne ed ossa. I numeri non vengono interpretati come un possibile quadro immaginario da scongiurare intervenendo per modificarne gli assunti ipotizzati in partenza su quanto dovrebbe accadere nel frattempo. Si da per scontato di restare fermi ai dati rigidi stabiliti in fretta, così da poter concentrarsi su una soluzione escogitata oggi pensando ad un parametro unico (il guastarsi del rapporto tra i lavoratori attivi e in quiescenza) e da non dover applicarsi a ragionare  su altri cambiamenti praticabili che non richiederebbero il ricorso ai migranti. Perché, adottato questo diaframma mentale del dato sganciato dai fatti, non si pensa più alle alternative. Ad esempio non si pensa all’impegno politico culturale volto all’obiettivo praticabile, visti i livelli italiani, di far aumentare la produttività (forse anche per un riflesso anticapitalistico, si equipara la produttività ad uno sfruttamento della persona). Non si pensa all’impegno politico culturale per creare condizioni professionali aperte e dinamiche capaci di indurre i giovani alle prime armi al restare in Italia senza ricorrere a prolungati soggiorni in altri paesi, europei e non.  E neppure si pensa al tema della forte crescita dell’intelligenza artificiale, che agita i media e l’opinione pubblica con lo spettro dei posti di lavoro insidiati dall’automazione.

Come sempre a seguito delle rivoluzioni tecnologiche, nuove occupazioni sostituiranno le vecchie fisiologicamente (e saranno occupazioni sempre più qualificate quanto ad istruzione) ma in ogni caso verrà molto riequilibrata la spinta a far dipendere la crescita economica dall’aumento quantitativo della forza lavoro. Queste due circostanze (essendo inferiore la qualificazione dei migranti e calando la richiesta quantitativa di lavoro materiale) mostrano che l’equazione “l’economia italiana ha bisogno dell’afflusso di migranti” è statica e fantasiosa. La questione pensioni dipende dal mutare il sistema di finanziarle, dalla ripartizione alla capitalizzazione, e dall’impegnarsi nell’accumulo del capitale umano come fonte della continua nuova capitalizzazione.

Venti anni fa , il paese debole dell’euro era la Germania e i media correvano a far previsioni nerissime. La Germania seppe cogliere la necessità di stare ai fatti e alle dinamiche del lavoro, e così si riprese molto bene in pochi anni. Oggi l’Italia dovrebbe avere un atteggiamento analogo. Il Ministro del Lavoro ha proposto cambiamenti innovativi (certo da mettere alla prova funzionale) naturalmente subito attaccati da gruppi della restaurazione, quali PD, FI, Confindustria, ma anche dalle manovre dell’INPS che all’ultimo tuffo ha inserito nel decreto sulla dignità del lavoro, tabelle tecniche con previsioni sugli effetti del decreto in contrasto con il suo intento. Al riguardo c’è stato perfino un comunicato congiunto di due ministri, Di Maio e Tria, in cui si parla esplicitamente di cifre di fonte Inps prive di basi scientifiche. Boeri ha replicato come se il Ministro fosse lui, affibbiando ai due Ministri veri l’accusa di negazionismo economico per aver contestato i dati INPS , un’istituzione nevralgica per la tenuta dei conti pubblici, dice lui.

Ora, l’incapacità del Presidente INPS di stare ai fatti è palese. Già è fuori della norma istituzionale che un Presidente INPS interloquisca con il Governo e il suo ministro di riferimento attraverso comunicati stampa rivolti ai cittadini mentre, non avendo alcun ruolo diretto di governo, dovrebbe farlo solo attraverso lettere riservate ai governanti. Per di più, anche in quest’ultimo episodio, l’INPS ha espresso una concezione distorta sul come formare e gestire i dati sul sistema del lavoro e delle pensioni. Una concezione avvinghiata al confondere l’esistente con l’immodificabile e al formulare le previsioni deterministiche così da favorire le ipotesi di chi la esprime in tema di intervento governativo ed anche legislativo, finalizzate a non mutare nulla, a prorogare i privilegi e al mantenere all’oscuro i cittadini.  Ciò non va inteso come una mera arroganza di un boiardo di Stato. E’ il frutto di una cultura disattenta ai fatti, disinteressata al come misurarli per coglierne i meccanismi dinamici, incline all’enunciare ricette salvifiche nel quadro dell’opportunismo mediatico. Che scambia la libera iniziativa individuale nella concorrenza per  l’occasione di praticare  il proprio sterile egoismo.

Raffaello Morelli

Raffaello Morelli, politico e autore liberale fin dall'epoca del PLI (e tutt'ora). E' stato dirigente nazionale di diverse associazioni liberali, ha svolto anche i ruoli di Consigliere Comunale a Livorno, Consigliere Regionale a Firenze e vice presidente della SACIS spa, redigendo migliaia di interventi e scritti politico culturali.

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