Fenomenologia dei tuttologi italiani

Il governo del cambiamento non è ancora nato e già se ne vedono gli effetti. Il cambiamento, secondo il costume italiano, è quello di casacca: il più redditizio, nel paese dei gattopardi e dei cortigiani. Come sempre avviene quando cambia il vento, sono in tanti a mettere le vele dalla parte giusta, che poi è molto spesso la parte sbagliata. C’è chi lo fa con l’eleganza di un piccolo Talleyrand, spiegando agli antemarcia che lui c’era sempre stato.

C’è chi si inventa percorsi culturali e crisi di coscienza, senza avere né una cultura né soprattutto una coscienza. C’è chi non sente nemmeno il dovere di giustificarsi, ben sapendo che l’andazzo è quello, e niente gli verrà mai rimproverato nel suo piccolo mondo di poltronari e di venduti. Di chi si parla? Ma è chiaro: dei tuttologi, degli editorialisti, degli scopritori dell’acqua calda, degli sputasentenze, che ora si scoprono sovranisti – l’ultima fesseria alla moda – come prima si erano scoperti fautori di tutte le altre fesserie alla moda di cui oggi nessuno ricorda più nulla.

I migliori – ossia i peggiori – sono quelli che a sentir loro avevano capito tutto sin dal principio, che l’avevano detto; ed è pure difficile smentirli, visto che nella loro vita hanno detto tutto e il contrario di tutto. Sono gli stessi che spiegano le ragioni di chi vince con tautologie degne del saggio Catalano (“Hanno vinto perché hanno convinto gli elettori”), dando per scontato che la politica sia la gara delle balle, la prosecuzione della cartomanzia con altri mezzi.

Ci sono i sinistri – alcuni dei quali hanno già ritirato il proprio voto, dato a capocchia alla ricerca dell’utopia del momento – che sembrano sempre caduti dalle nuvole, sempre ingenui, o finti ingenui, poi pentiti, poi di nuovo in preda a qualche nuova illusione, che si rivela immancabilmente il solito fiasco o la solita tragedia, o entrambe le cose. E ci sono i destri, cinici, protervi, ribaldi, perennemente alle prese con qualche complesso d’inferiorità, liberali alle vongole e intellettuali da strapazzo, in realtà populisti da due lire, pronti a incensare il primo che passa, purché passi dalle parti del potere e del denaro.

Questi rivoltatori di frittate sono oggi i cantori del nuovo, almeno fino a quando converrà. Poi cambieranno spartito, e passeranno ad un’altra corte e ad un altro committente. Faranno l’ennesima giravolta e attaccheranno di nuovo l’asino dove vuole il padrone, che oggi è giallo-verde, e prima era bianco, azzurro, nero, rosso, rosé. Forse è la volta che l’asino – ovvero tutte le persone col sale in zucca che tirano la carretta – si ribelli, e prenda a calci prima loro – i menestrelli di regime, i servi sciocchi, le vecchie ciabatte del trasformismo – e poi, finalmente, anche il padrone.

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