Il Parlamento morente

L’emarginazione del Parlamento è un brutto segnale per la politica italiana. I numeri parlano da sé. Citando il rapporto Openpolis/AGIdalla nascita della XVIII legislatura sono state approvate 19 leggi di cui il 79% proposte del governo e oltre il 61% delle leggi approvate sono conversioni di decreti ossia atti elaborati, proposti e implementati dal Governo e non dal Parlamento che si limita ad emendarli poco e approvarli. Il Parlamento non sta lavorando o, meglio, ha assunto un ruolo sempre più marginale. E questo, in una Repubblica parlamentare, non è affatto un bene.

Non vogliamo dare una spiegazione giuridica a questo fenomeno ormai in tendenza da anni. Esistono personalità e studiosi più competenti per farlo. È bene però capire, in chiave liberale, che un Parlamento attivo e capace di dare voce alle varie pulsioni della società potrebbe ricostruire quella fiducia persa tra cittadini ed istituzioni. Esso è uno dei capisaldi di quella democrazia liberale che in questo momento storico non gode di buona salute, ma che tutti, dai “populisti” alle vecchie élite invocano a singhiozzo.

Una società, per come si esplica nella sua vita politica, economica, culturale, è composta da un numero incalcolabile e potenzialmente infinito di istanze. Dalle più condivise e generali, spesso chiamate erroneamente bene comune, a quelle più particolari e minoritarie. Il compito principale del Parlamento è quello di filtrare queste istanze e trovare una mediazione tra di esse. Il risultato di questa fase di elaborazione deve essere la produzione legislativa. Ossia il potere fondamentale e primario attribuito costituzionalmente a questo organo istituzionale. È la base del gioco della democrazia. Per averla sono servite rivoluzioni e grandi cambiamenti a tutto tondo.

Citando Luigi Einaudi (Lettera quarta. I parlamenti espressione della volontà nazionale «Corriere della Sera», 25 settembre 1917:

«la verità ancora più grande si è che i parlamenti potranno avere ed hanno molte virtù, non mai quella di essere l’espressione di quella mitica astrazione che è la «volontà della maggioranza» degli abitanti di un paese».

Fra le virtù di cui parla Einaudi vi è anche quella del metodo liberale, ossia quello scientifico, che consiste nella critica “vivace ed anche non serena” cui un Governo democratico dovrebbe essere sottoposto costantemente. È possibile ritrovare tutto ciò nell’attuale Parlamento italiano? Potremmo dire di no. E sono sempre i numeri a parlare. Se la critica si può sviluppare sotto forma di dialogo fra Governo e deputati e sulla base del loro rapporto, si nota una prevaricazione del primo nei confronti dei secondi. La media di emendamenti approvati per ogni decreto è stata di 44, ben al di sotto dei governi precedenti. Durante il governo Letta, ad esempio, ammontavano a 128. Allo stesso tempo, l’organo assembleare ha abdicato al suo ruolo fondamentale di mediatore e legislatore. Il 63,16% delle leggi approvate nel primo semestre di governo sono decreti convertiti contro il 16% del precedente Governo e il 30% del Governo Renzi. Solo il 5% delle leggi di iniziativa parlamentare sono state incardinate nell’iter previsto. Le altre sono ancora chiuse nei cassetti, dove resteranno a lungo.

Vi sono altri numeri indicativi della sempre più marginale attività parlamentare. Riportarli qui servirebbe solamente a rafforzare quanto già sostenuto. La disfunzionalità di un Parlamento che ha perso il suo essere cuore della vita politica è talmente evidente che si ritrova anche nelle campagne del ForFreeChoice Institute. Iniziative legislative anti-scientifiche e irrazionali, come quelle contro l’olio di palma, gli zuccheri, l’innovazione e lo sviluppo sono frutto della mancanza di critica e confronto. Sono l’evidente segno della deviazione rispetto al percorso liberale portato avanti faticosamente nei decenni. Anche questa Europa figlia della tecnocrazia e della rincorsa al consenso a tutti costi è il sintomo di una malattia democratica che dimentica le sue istanze particolari per dedicarsi a un insensato e falso “bene comune”.

Cosa possiamo fare? Continuare a credere nel metodo liberale e applicarlo in modo critico come cittadini italiani. Possiamo sostituirci al Parlamento? No, possiamo però costringerlo a tornare centrale nella vita politica. Diffondendo la Scienza, continuando a informare e coinvolgere i cittadini nel dibattito in modo trasparente e continuando a criticare l’operato di chi è chiamato a decidere per tutti. Così si può ripensare la Democrazia Liberale.

 

Campagne Liberali è un'associazione di cittadini che difende la libertà di scelta e promuove il metodo scientifico.

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