Il populismo alimentare se la prende con il latte Alpino!

Le imprese italiane del settore lattiero e caseario vengono attaccate dai soliti noti della diffamazione alimentare. Qui spieghiamo perché le loro accuse sono infondate, non beneficiano il consumatore e danneggiano alcune eccellenze italiane. 

In Italia quando si soffre la competizione si è soliti usare una strategia vigliacca quanto efficace: parlare male degli altri e attivare la macchina del fango. Non si risponde con le regole della concorrenza a chi fa prodotti migliori, ha prezzi più competitivi o offre una qualità maggiore. Lo si attacca usando lo strumento delle fake news. Si fabbricano notizie false consapevoli che la smentita passerà inosservata.

ORA BASTA! Imprenditori e concorrenza leale vanno tutelati contro i professionisti della bufala.

L’ultimo caso è quello che sta colpendo alcune imprese del settore lattiero e caseario attaccate da alcune “voci indipendenti” già note nel panorama del settore alimentare per aver portato avanti campagne diffamatorie contro altre aziende e prodotti. Perché si cerca di colpire le eccellenze italiane, portatrici di best practice non solo a livello nazionale, ma anche internazionale?

Le accuse da parte di questi interessati detrattori sono piuttosto pretestuose e, a tratti, ridicole. La questione si focalizza soprattutto sull’etichettatura dei prodotti messi in commercio e sull’ingrediente principale ossia il latte. Alcune aziende, infatti, per sottolineare la qualità della propria materia prima e far conoscere ai consumatori la propria storia utilizzano su alcuni prodotti la dicitura “latte alpino”. Questo elemento viene contestato: non si tratterebbe di latte alpino perché non prodotto geograficamente nella fascia alpina.

Ovviamente l’accusa è priva di fondamento. Come ricordano le stesse aziende, che sono sparse fra Lombardia, Piemonte, Veneto Friuli Venezia Giulia, il latte da esse utilizzato proviene da un’area geografica denominata Area Alpina. È la stessa Commissione Europea a definirla così con la decisione 3898 del 16 giugno 2014. Non solo, il latte viene prodotto e processato all’interno di quello che una convenzione internazionale ha definito Programma Spazio Alpino 2014-2020 che coinvolge 6 regioni italiane: guarda caso proprio Piemonte, Lombardia, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Trentino-Alto Adige e Valle D’Aosta. Sembra così lecito appellare i propri prodotti con il termine “alpino”.

Possiamo anche aggiungere, tutto a vantaggio delle aziende italiane coinvolte, che spesso gli allevamenti cui si affidano sono molteplici e tutti a filiera a corto raggio, dunque facilmente tracciabili e diversificate. Ma non è questo il punto!

Il problema sono le accuse infondate. Ebbene, se la prima che contempla l’epiteto “alpino” può essere smontata grazie ai regolamenti europei e alla semplice geografia, ve n’è un’altra ancora più pretestuosa da affrontare col buon senso e la logica. Secondo alcuni sostenere che i propri prodotti (ad esempio le fettine al latte) sono fatti con latte fresco italiano è fuorviante per il consumatore. Perché? Perché lo indurrebbe a credere che le fettine al latte possano sostituire il consumo del latte stesso.

È sotto gli occhi di tutti come questa accusa sia una baggianata priva di alcun fondamento. Innanzitutto perché nessuno si sognerebbe di sostituire il latte liquido con delle fettine solide. Al massimo queste ultime possono essere utilizzate durante i pasti come ingrediente o alimento ulteriore. Di sicuro non vedremo nostro figlio cercare di versare i cereali nelle fettine al latte al posto del latte normale! In secondo luogo, il messaggio utilizzato verso il consumatore è totalmente lecito e comunemente utilizzato da numerose aziende per sponsorizzare un ingrediente fondamentale dei loro prodotti: il latte per l’appunto. Tutto perfettamente in regola.

Smontate le accuse principali, rimangono alcuni quesiti. Se è così semplice dedurre l’infondatezza delle affermazioni che colpiscono questa azienda e diverse altre, perché questi “difensori del popolo” continuano imperterriti con la loro attività diffamatoria? Non è che ci troviamo di fronte all’ennesimo caso di campagna pilotata per favorire interessi del tutto diversi? Di sicuro queste campagne diffamatorie non stanno prendendo le difese dei consumatori. Piuttosto stanno perpetrando quel populismo alimentare inutile e fastidioso a detrimento della nostra libera scelta e, per giunta, dannoso per le imprese virtuose.

 

 

Campagne Liberali è un'associazione di cittadini che difende la libertà di scelta e promuove il metodo scientifico.

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