Urge riequilibrare il rapporto tra politica e magistratura

Le indagini su vari esponenti del CSM confermano l’urgenza di riequilibrare il rapporto tra politica e magistratura. I liberali  lo chiedono da decenni, riferendosi non ad un episodio ma al sistema.

Finora le revisioni non hanno inciso sullo squilibrio. Quello innescato dai contrari alle istituzioni dopo il referendum ’87 che volle la responsabilità civile dei giudici. E che è il pregiudizio secondo cui la politica (un’entità oppressiva del reale) è corrotta e che, per guarirla, va assoggettata alle inchieste delle procure a mo di processo preventivo fatto, complice la stampa, di scandali  irrispettosi delle garanzie. E’ passato il principio che separare il bene dal male è il fine ultimo della società e che solo la magistratura è la base per applicare la legge interpretandola.  Però anno per anno i dati hanno smentito tale pregiudizio evidenziandone l’inefficacia e i danni. Sono stati violati principi essenziali per la convivenza libera. Sia per l’eccessiva invadenza di parti della magistratura nelle relazioni politiche civili, sia per la mancanza di adeguato controllo sull’operato dei magistrati nel giudicare. Dopo trent’anni si sguazza nella corruzione, che tracima ovunque e rende farraginosa la macchina pubblica. In breve, la cura  non funziona  perché è sbagliata in sé.

Il marcio è l’incoerenza. La forza della democrazia cresciuta negli ultimi secoli, sta nel dare ampia libertà alle interrelazioni fra i cittadini, in conflitto tra loro nel rispetto delle regole che essi si danno in base ai risultati. Un simile meccanismo poggia sul fare esprimere il senso critico individuale per conoscere di più attraverso l’esperienza e le specifiche attitudini (perciò spinge alla competenza, che, pena contraddirsi, esclude gruppi privilegiati). Quindi è incoerente introdurre in un meccanismo così,  un corpo estraneo come la magistratura intesa quale corporazione che determina il bene e male del convivere interpretando la legge senza mai essere valutata dai cittadini in termini sperimentali.  Il nodo è qui.

La Costituzione ha fatto distinzioni sagge, aggirate da una lettura illogica. La magistratura avrebbe dovuto essere un ordine autonomo ed è divenuta un potere sovrastante l’esecutivo e il legislativo – distorcendo Montesquieu che trattava di tre poteri poiché fino metà settecento, in Francia, non si poneva il problema del controllo sovrano dei cittadini.

Il riequilibrio tra politica e magistratura è sciogliere il nodo. Scioglierlo non spetta ai sindacati dei magistrati. Spetta agli studiosi sensibili al ruolo del cittadino nel costruire le istituzioni scegliendo e spetta al voto di tutti. Non va pretesa la purezza ideale irrealizzabile in terra. Si tratta di confermare che le scelte politiche sono il mezzo più avanzato per dar peso ai cittadini e arginare la voglia (umana ma esiziale) del potere elitario. Si tratta di confermare che le leggi decise dal Parlamento si applicano, non si interpretano. Si tratta di ridurre i tempi dell’azione giudiziaria, civile e penale. Si tratta di applicare le sentenze senza vanificarle. Di smantellare la logica dei filtri preventivi all’agire dei cittadini. Di non dubitare sulla legittima difesa quando di notte è violata la proprietà. Di evitare il mercato delle vacche fra le correnti nell’elezione del CSM. Di separare le carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti. E di varare altre tecnicalità utili per avere una magistratura che sia corpo autonomo al servizio dei cittadini e da loro verificato. Alla svelta.

Raffaello Morelli

Raffaello Morelli, politico e autore liberale fin dall'epoca del PLI (e tutt'ora). E' stato dirigente nazionale di diverse associazioni liberali, ha svolto anche i ruoli di Consigliere Comunale a Livorno, Consigliere Regionale a Firenze e vice presidente della SACIS spa, redigendo migliaia di interventi e scritti politico culturali.

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