Contro il pensiero unico delle etichette “senza”

Alla kermesse vegana di Lucca va in scena l’intellighenzia integralista che santifica le etichette “senza” in nome della trasparenza. Peccato che facciano il contrario degli interessi dei consumatori!

Al LuccaVeganFestival, tenutosi lo scorso weekend, è stata celebrata la visione vegana del mondo. Niente di male, anzi, è sempre giusto confrontarsi con l’esterno e favorire il dibattito approfondito senza pregiudizi né luoghi comuni. Peccato che, al netto della bella kermesse, si sia tornati a parlare delle etichette “senza” invitando solamente esponenti del pensiero unico per cui è sempre giusto riempire le confezioni alimentari di queste informazioni fuorvianti. Il risultato? È stato beatificato l’uso indiscriminato del “senza” dimenticandosi che, in molte occasioni, invece di favorire la trasparenza ha fatto gli interessi di alcuni fregandosene dei consumatori.

Le dichiarazioni degli ospiti del panel sulle etichette “senza” sono piuttosto esplicative.

Qualcuno ha dichiarato che “impedire i (claim, nda) “senza” è il contrario della trasparenza. Si tratta di una di quelle guerriglie che non avrà possibilità di arrivare a risultati. Casi di questo tipo si combattono con l’informazione.”.

Forse si sono persi un pezzo. Nessuno vuole vietare in assoluto le etichette “senza”. Semplicemente non ci si vuole uniformare al pensiero unico secondo il quale vanno sempre bene, anche quando ingannano il consumatore. Abbiamo più volte dimostrato l’ipocrisia che sta dietro all’abuso di questa pratica. L’olio di palma ne è l’esempio principe. In diversi prodotti la sua sostituzione non ha portato benefici e i produttori si sono nascosti dietro l’etichetta “senza olio di palma” per non rivelare con cosa è stato sostituito. Non si tratta forse di un inganno ai danni dei cittadini?

È ritornato anche il solito mantra secondo cui “L’olio di palma non è sostenibile sotto nessun punto di vista […] Noi possiamo scegliere: le nostre scelte hanno un impatto incredibile sulla sopravvivenza del pianeta. Per questo ci dobbiamo battere”.

Ben detto! Le nostre scelte hanno un impatto sia su di noi sia sul pianeta. Allora perché continuare a sostenere battaglie contro l’olio vegetale più sostenibile tra quelli in circolazione? I dati provano che l’olio di palma è di gran lunga quello con la resa per ettaro maggiore, che utilizza meno pesticidi (odiati dagli ambientalisti e da molte associazioni vegan), meno energia e meno acqua. Lo conferma anche il Rapporto Sostenibilità 2017 di Barilla. Dovremmo forse preferirgli la soia? O il girasole e la colza? O l’olio di cocco?Dovremmo forse preferire un maggiore spreco di energia solo per fare contenti alcuni integralisti?

Infine si è passati alla filosofia: “150 anni fa il filosofo Feuerbach diceva che siamo ciò che mangiamo. Oggi possiamo dire che siamo ciò che non mangiamo. Ciò che non mettiamo nel nostro piatto parla di noi”.

Probabilmente qualcuno dimentica che Feuerbach sosteneva che bisognasse migliorare un’alimentazione che, per la maggior parte della popolazione dell’epoca, era povera di tutto al fine di elevarsi spiritualmente. Si trattava, dunque, di un alimentazione “senza” nel vero senso della parola!!! Informare su ciò che non è contenuto in un alimento ha senso nel caso in cui questo sia dannoso per alcune persone. È giusto allora sostenere il “gluten free” perché esistono persone danneggiate dal glutine. Ma nella maggior parte dei casi è sufficiente indicare la presenza degli elementi nutrizionali di base e lasciare i consumatori liberi di scegliere: proteine, carboidrati, grassi totali e saturi etc. Nessuno è allergico o potenzialmente danneggiabile dall’olio di palma. È stato dimostrato da studi, ricerche e anche dalle massime autorità per la salute del mondo. Non ha senso esplicitarne l’assenza.

Perché una manifestazione vegana, ossia di persone che si considerano informate e attente ai temi dell’alimentazione e dell’ambiente, propone il pensiero unico sulle etichette “senza”? Vogliamo credere che sia stata solamente una disattenzione e che non ci sia alcun interesse commerciale dietro. Sennò dovremmo iniziare a pensare che anche i “puri” vegani si stiano contaminando con i giochetti di marketing cui assistiamo noi “onnivori” ogni giorno. Vi diamo un consiglio: la prossima volta invitate anche chi la pensa in modo diverso. Così funziona il metodo sperimentale.

 

 

 

Campagne Liberali è un'associazione di cittadini che difende la libertà di scelta e promuove il metodo scientifico.

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