EFSA: olio di palma non fa male

I residui di contaminanti che possono a volte formarsi durante la lavorazione ad alte temperature di tutti gli oli vegetali e molti altri alimenti non hanno mai condotto all’applicazione del principio di precauzione. Lo confermano anche OMS e FAO.

I pochi argomenti utilizzati nella campagna contro l’olio di palma sono stati da noi facilmente confutati. Servendoci della scienza e del metodo sperimentale, cioè del lavoro minuzioso di molti ricercatori e tecnici qualificati, abbiamo dimostrato che l’olio di palma non è nocivo, ancor di più se consumato all’interno di una dieta bilanciata. Così si può dire per tutti gli altri alimenti.

Abbiamo anche dimostrato che l’olio di palma è ricavato da una delle piantagioni più produttive e meno invasive e quindi, potenzialmente più sostenibili. Per questo promuoviamo la coltivazione, produzione e utilizzo dell’olio di palma sostenibile quale strumento per fermare la deforestazione. Anche qui le evidenze ci danno ragione. Su questo sito infatti trovate una buona parte della letteratura in merito.

Con le nostre analisi, così come con quelle di molti scienziati, abbiamo dimostrato che la campagna contro l’olio di palma non può inseguire né fini salutisti – per fare cioè l’interesse dei consumatori – né fini ambientalisti – per la salvaguardia dell’ambiente. È esattamente il contrario. Chi investe nell’olio di palma sostenibile difende la salute dei consumatori e difende il pianeta.

Ci resta quindi il sospetto che tutta questa campagna denigratoria sia stata alimentata sennonché innescata per fini unicamente commerciali, a danno del consumatore, confondendolo, e dell’ambiente, favorendo coltivazioni meno sostenibili. Questo sospetto è altresì alimentato dall’atteggiamento di coloro che denigrano l’olio di palma. Comprendiamo che siano ormai rimasti senza argomenti. Li invitiamo a sforzarsi ad elaborarne di altri per sostenere le proprie deboli posizioni, invece di sprecare tempo a minare la reputazione di chiunque porti solidi argomenti a favore della scienza o scientifici a favore dell’ambiente o della libertà di scelta dei cittadini. Il nostro report “il bue che dice cornuto all’asino” sarà presto reso pubblico.

Il nostro studio comparativo ha dimostrato che spesso le etichette “senza olio di palma” confondono il consumatore illudendolo, cioè facendogli credere di acquistare un prodotto più salutare. Invece non è sempre così.

La campagna contro l’olio di palma si è così tanto sgonfiata che qualche impresa ha ammesso di avere sfruttato il trend del momento per fini commerciali.

Il Rapporto EFSA

Eppure altre imprese continuano ad appellarsi al rapporto dell’EFSA, come fosse una scrittura sacra. Abbiamo già argomentato che il rapporto dell’EFSA non dichiara in alcun modo la nocività o la poco salubrità dell’olio di palma in sé. Se ci fosse stato un qualche rischio per la salute il rapporto e i suoi esperti oltre che la Commissione UE, avrebbero invocato il principio di precauzione, vietando o limitando l’uso dell’olio ricavato dalla palma. Invece non è così, tanto che anche l’Istituto Superiore di Sanità ribadisce che l’olio di palma non è nocivo di per sé e non ci sono evidenze scientifiche che lo sia.

Ci preme sottolineare che ad invocare tale principio di precauzione è invece una cooperativa di distribuzione che fino al 2015 impiegava l’olio di palma senza remore, difendendolo ed esaltandone le qualità. Il principio di precauzione dovrebbe essere invocato da autorità competenti e non da una cooperativa seppure di grande tradizione.

L’EFSA evidenzia una serie di rischi derivanti dalla possibile presenza di contaminanti, come i glicidil-esteri e i 3-MCPD. Questi contaminanti possono formarsi durante il processo di lavorazione di tutti gli oli vegetali (non solo dell’olio di palma!) a temperature superiori ai 200 gradi. Per il 3-MCPD, l’EFSA – che non ha svolto alcun esperimento sull’uomo ma sui topi – ha stabilito un livello di assunzione giornaliera tollerabile senza problemi per l’uomo per peso corporeo di 0,8 mg/kg.

Il rapporto OMS-FAO

Un pool di ricerca composto da esperti della FAO e dell’OMS, il gruppo JECFA, è giunto nel novembre del 2016 a conclusioni diverse rispetto all’EFSA.

Riesaminando la potenziale esposizione degli esseri umani a questi contaminanti il JECFA nella nuova review sostiene che i rischi derivanti dall’esposizione umana ai contaminanti sono sensibilmente inferiori rispetto ai livelli individuati da EFSA. Per il 3-MCPD, JECFA indica un livello di assunzione tollerabile senza problemi per l’uomo di 4 microgrammi al giorno per ogni chilo di peso corporeo rispetto a quello di 0,8 microgrammi ogni chilo per peso corporeo indicati dall’EFSA. JECFA evidenzia che la popolazione (inclusi i grandi consumatori) non supererebbe la nuova soglia di sicurezza, perché già oggi i livelli di assunzione dei contaminanti in esame sono sotto il livello di allerta. Per maggiori informazioni vedi qui (pagina 7).

A fronte di questi ultimi dati, l’EFSA, si è proposta di rivedere il proprio rapporto entro il prossimo autunno 2017. Si veda in proposito quanto riportato dalla Reuters e questa intervista ad un esperto dell’EFSA.

Già nel 2013 l’EFSA aveva pubblicato una analisi sulla presenza di questi contaminanti negli alimenti, evidenziando che possono formarsi se si raggiungono alte temperature durante il processo di produzione di tutti gli oli vegetali.

Le conclusioni erano molto simili a quelle del 2015: il problema riguarda tutti gli olii ed i prodotti che li contengono, l’olio di palma non fa male in sé, ed i livelli di esposizione ai contaminanti che si riscontrano non sono tali da giustificare particolari allarmismi e allerte, né tantomeno il richiamo al principio di precauzione e quindi la limitazione dell’uso dell’olio di palma.

Come mai nessuna azienda alimentare o della distribuzione, così come nessuna NGO, si precipitò ad eliminare o a far eliminare l’olio di palma dai prodotti? Come mai invece, la versione 2016 ha scatenato l’allerta salutista dei nostri?

Nel frattempo, mentre l’EFSA rivede i propri risultati, alcune aziende hanno già dimostrato che si può tranquillamente – investendo e facendo innovazione – processare l’olio di palma in modo da prevenire la formazione di contaminanti. Sono gli esperti comunitari stessi ad incoraggiare questo atteggiamento da parte dell’industria (si vedano le interviste rilasciate da alcuni dei membri del pool di scienziati come questa). Perché allora, alcune aziende alimentari e della distribuzione hanno deciso di eliminare l’olio di palma invece di eliminare i possibili contaminanti, terminando a monte il problema? Costa troppo? Non conviene? Non sono capaci?

Eliminare l’olio di palma dai propri prodotti è un diritto che peraltro, stimola la competizione nel libero mercato.

Eliminarlo adducendo argomenti salutisti rischia invece di confondere il consumatore perché non esistono evidenze scientifiche che l’olio di palma sia nocivo.

Avere dei dubbi sull’olio di palma è legittimo. Avere dei dubbi solo su questo olio, quando gli altri oli hanno o potrebbero avere caratteristiche analoghe o anche peggiori, rischia di sottendere ad altri interessi rispetto alla salute dei consumatori e delle foreste.

Denigrare l’olio di palma con spot pubblicitari o attraverso la consulenza di NGO e società di lobby ad esse collegate rischia, invece, di essere la dimostrazione che c’è una chiara intenzione di ingannare i consumatori per fini commerciali.

Campagne Liberali è un'associazione di cittadini che difende la libertà di scelta e promuove il metodo scientifico.

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